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PRIMA CHE LE PAROLE
appunti da una esperienza del Novecento
voce e dialoghi Roberta Bertozzi
musiche Giampiero Cignani
a cura di Calligraphie
“Mia bella tutta la struttura,
tutta la sostanza mi va a genio,
tutta arde dal desío di farsi musica
e tutta è bramosa di rime.
Ma nelle rime si spegne il destino
e la dissonanza dei mondi fa ingresso
come una verità nel nostro piccolo mondo”
Boris Pasternak
Nel Novecento i poeti devono confrontarsi con spinte e forze che non sono immediatamente verbali, che non hanno immediatamente a che fare con le parole: queste forze diventano a poco a poco parte integrante della rappresentazione poetica, suo nodo problematico, suo motore, in una prospettiva comune alle altre arti, dove si assiste a un progressivo ridursi della narrazione in favore della narratività insita nello stesso processo creativo.
La performance “Prima che le parole” descrive questa prospettiva, è un racconto del Novecento poetico vicino alle sue ragioni compositive, stilistiche, retoriche: Roberta Bertozzi e Giampiero Cignani si addentrano nell’officina poetica novecentesca tracciando un percorso di lettura, rinvenendo ed evidenziando alcune scelte prosodiche, ritmiche, musicali che hanno segnato profondamente la modernità, che ne sono diventate il tratto distintivo, sintomatico. Scelte che hanno contribuito a formare una immagine definitiva del secolo appena concluso, determinandone il clima, il sentire, le conoscenze.
Si tratta di una riflessione in forma di dialogo a cui si alternano letture di testi di Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Amelia Rosselli, Vittorio Sereni, Eugenio Montale, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Andrea Zanzotto – le tessere musicali di Giampiero Cignani sottolineano e affiancano il discorso, riproducendone in forma musicale le verticalità, gli scarti, le assenze, in perfetta mimesi del dettato sincopato e franto proprio del nostro Novecento.
Nel lavoro di questi anni, di ricerca e studio sulla poesia del Novecento, si sono a poco a poco cristallizzati dei sentieri, delle somiglianze, delle corrispondenze; un campo che accomunava autori tra loro molto distanti per temi, sguardi, esiti – eppure vi era un sentire comune, un comune orientamento nell’impiego di certe strutture che non erano immediatamente semantiche, che sembravano scaturire da una lingua segreta – corporale, intellettiva, musicale. Questa duratura presenza di un doppio fondo linguistico, di una sua celata consistenza, è giunta a farmi maturare la convinzione che forse il filo conduttore della poesia novecentesca, così ardua, così reticente, così sublime, fosse proprio da trovarsi in queste strutture, in questo parlare anche in assenza di parole. È una lezione che ha fortemente influenzato la mia scrittura, che è risolutamente cresciuta nell’esercizio del mestiere – qualcosa che ho appreso facendone diretta esperienza.
R. B.
