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COME IL BATTITO DEL BATTERE DEI DENTI
Lettura/concerto da Gli enervati di Jumièges (peQuod 2007)

 

 

 

 

Testi e voce: Roberta Bertozzi
Musiche dal vivo: Stefano Fariselli
Scena: Giordano Giunta
a cura di Calligraphie

 

Antonin Artaud scrisse che «ogni vero linguaggio / è incomprensibile, / come il battito / del battere dei denti»: ogni linguaggio, quando nasce da una urgenza, da una domanda, prima ancora di assestarsi in una eloquenza, in un “voler dire”, si traduce in pulsione, in espressione corporea; parola che agli esordi si compie in salita di labbra, in tensione di mandibola – puro ritmo. La poesia, nel suo indistinto inizio, nel suo montare, abita questa caduta del significato: è una assenza di cui si tocca la presenza, di cui si percepisce la verità e la necessità solo nel battere, nella perentorietà di questo battere, in tutta la sua percussione; ogni parola un esatto spasmo – picco d’intensità e scarica. Il compito del poeta è di isolare e trattenere, trascrivere e rendere ripetibile – ma non si ritorna mai compiutamente in questa voce non voce, sola, la vera. Si tenta, con approssimazione, con crolli e passo malfermo, a volte arretrando.


Si lavora su questa impossibilità, su questo cedere. Scoprendo tuttavia inaspettate forze, arresti e spinte. Questa lettura/concerto è cresciuta sull’esitazione e insieme sulla certezza di un abbraccio, di un senso corale, dove la poesia entra nella compagnia di dialogo e musica, nella recinzione di una scena. I testi della lettura sono tratti dall’ultimo libro di Roberta Bertozzi, Gli enervati di Jumièges, e incontrano la voce del sassofono di Stefano Fariselli. La scena è circoscritta da una installazione metallica di Giordano Giunta volta a creare una cintura intorno ai due interpreti, a delimitare debolmente, attraverso leggere strutture di ferro e cotone, attraverso le loro smagliature e i loro varchi, il luogo deputato al canto.

Per un autore la lettura della propria opera rappresenta sempre una operazione sul tempo, un ripristino, un ripercorrere a ritroso, à rebours – un riconoscere pieno di falle e di sconcerto, di cadute e indugi. È questo l’attimo del divorzio definitivo, salvifico, dall’opera: il libro diviene un soggetto a parte, frontale, sottratto alla continuità di gestazione del momento creativo, definitivamente estraneo. Questa estraneità apre molteplici ingressi, instaura un tempo obliquo, reversibile, passibile di estrazione. Nella rilettura vi sono flussi di inversione e spostamento, di scomposizione e assemblaggio, slanci che sollevano le parole dalla loro ineluttabilità semantica, le immagini dalla loro staticità, il discorso dalla sua ortodossia sintattica, dalla sua rassicurante coerenza. Il ritorno nella voce riporta il testo, l’opera, nella sua iniziale apertura, transitoria e accidentale, storica e fortuita.

R. B.

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